Recensione Andrea Chenier Teatro alla Scala

La morte di un poeta vale la nascita di un tenore!

di Stefano Furger

Milano, 10 dicembre 2010. Contrariamente a quanto indicato sugli schermi di RAI 1 il 7 dicembre u.s., in occasione della trasmissione televisiva dell’opera d’apertura della stagione 2017-2018, l’Andrea Chénier di Umberto Giordano andò in scena in “prima mondiale” al Teatro alla Scala il 28 marzo 1896 e fu da subito un trionfo. A questo risultato concorse anche il cast, formato da Giuseppe Borgatti (Chénier), giovane e promettente tenore non ancora assurto ai fasti wagneriani, che dovette bissare “l’improvviso”, da Evelina Carrera (Maddalena), all’epoca ottima cantante e strepitosa attrice, e dal grande baritono Mario Sammarco (Gérard), che seppe rompere il ghiaccio buscandosi il primo applauso a scena aperta della serata alla fine di ”son sessant’anni, o vecchio, che tu servi!”. A circa 121 anni di distanza, come detto, il Teatro alla Scala ha scelto quest’opera per inaugurare la stagione entrante. Come allora, per assicurare la riuscita dell’avvenimento, è stata assembrata una compagnia di canto di altissimo livello, fatto salvo per l’incognita rappresentata dal tenore azero Yusif Eyvazov (Andrea Chénier), evidentemente incluso nel cast per meri meriti coniugali. In questa sede, si rende conto della seconda recita, che è stata tutto sommato lo specchio della prima. Intanto, va subito detto che dopo tanti timori – e verosimilmente, da parte sua, tanto studio – Eyvazof si è rivelato un eccellente Andrea Chénier. La voce di questo tenore presenta un timbro discutibile ma, comunque sia, personale, immediatamente riconoscibile tra tanti; e questo è senz’altro un pregio. Timbrata su tutta la gamma, la sua voce, sostenuta da ottimi fiati, è ben impostata e in alto si fregia di un consistente squillo. Il fraseggio è stato largo, sicuro, musicale e abbastanza vario. L’accento, oltre che fiero, è risultato innervato da un pizzico di enfasi, che in questo repertorio non guasta affatto. Ottima la dizione. Fatta riserva per l’attore, un poco impacciato, egli ha saputo tratteggiare un personaggio appassionato e commovente, attraverso una conduzione molto buona delle sue romanze. Habemus tenorem? Forse è un po’ presto per affermarlo; ce lo auguriamo! Tuttavia, l’attendiamo per una conferma in prove future, auspicando la medesima e accurata preparazione. La sua consorte, la star della serata, era Anna Netrebko, che debuttava il ruolo di Maddalena di Coigny. Voce opulenta – verrebbe da dire – d’altri tempi, dal magnifico timbro e velluto, ha sfoggiato un canto d’alta scuola caratterizzato da ottimi legati e da un accurato gioco dinamico. Una Maddalena coinvolta, passionale e veemente, che ha conquistato il Teatro con un’ottima e patetica “Mamma morta”. Molto bravo anche Luca Salsi (Carlo Gérard), che si è fatto valere in entrambe le arie con un canto solido, fiero e struggente, tratteggiando a tutto tondo il proprio personaggio. Si sarebbe auspicato l’uso di qualche mezza voce in più, visto che questo valente cantante la possiede di qualità molto bella. Strepitosi tutti i comprimari: bravissimo e insostituibile Carlo Bosi, un incredibile “Incredibile”; Contessa di Coigny di lusso, quella di Mariana Pentcheva; Annalisa Stroppa (la mulatta Bersi), dotata di bella voce e di figura leggiadra, è stata anche una valida interprete; struggente il cammeo offerto della commovente Madelon di Judit Kutasi; autorevole il Roucher di Gabriele Sagona, cantante da tenere d’occhio per futuri ruoli più impegnativi. Molto bene tutti gli altri: Costantino Finucci (Pietro Fléville), Gianluca Breda (Fouquier Tinville), Francesco Verna (Mathieu), Manuel Pierattelli (l’Abate), Romano dal Zovo (Schmidt) e Riccardo Fassi (il Maestro di casa/Dumas). Detto che il coro, al pari dell’orchestra, si è coperto di gloria come al solito, non resta che dire del concertatore e direttore d’orchestra. Da quanto precede, si evince innanzitutto quanto Riccardo Chailly tenesse alla riuscita di questa produzione, spendendosi in un lavoro di concertazione molto scrupoloso e capillare. La sua direzione d’orchestra si è posta piuttosto su un piano lirico, facendo cantare molto bene la compagine orchestrale ed evitando di scadere nella magniloquenza. Benvenuta, in quanto di grandissima efficacia, è stata la scelta di collegare romanze a recitativi, impedendo quindi gli applausi a scena aperta dopo le arie, in modo da favorire un flusso musicale continuo, che ha reso l’azione scenica molto incalzante. Mario Martone (regista) ha montato uno spettacolo di un certo sfarzo, rispettando il più possibile il libretto. È andato quindi in scena uno spaccato della rivoluzione francese, che è risultato di grande effetto e fascino soprattutto per quanto ha riguardato la concezione generale dei quadri e la gestione delle masse artistiche. Un poco trascurata, per contro, è risultata l’azione sulla recitazione dei singoli cantanti, che si sono abbandonati ad una gestualità molto convenzionale. Belle e funzionalmente efficaci le scene di Margherita Palli (scenografa), illuminate con maestria da Pasquale Mari (luci), così come molto pertinenti all’ambientazione sono stati i riusciti costumi di Ursula Patzak (costumista). In definitiva uno spettacolo molto riuscito, che ha riscosso un meritatissimo successo, dai toni quasi trionfalistici.

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