Recensione Anna Bolena Teatro alla Scala

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Recensione Anna Bolena Teatro alla Scala

Lo strano caso dell’Anna Bolena, giustiziata anche a Milano

di Stefano Furger

Milano, 11 aprile 2017. Molto attesa è stata la messa in scena del Teatro alla Scala dell’Anna Bolena di Donizetti, in quanto, oltre ai trascorsi mitici (allestimento del 1957: Callas/Gavazzeni/Visconti) e a colmare un colpevole vuoto durato ben trentacinque anni, ha dato inizio al tanto proclamato proposito di riportare il repertorio italiano, nello specifico il belcanto, al centro del cartellone del Teatro milanese e dell’attenzione del suo pubblico. A tale scopo, la Scala ha rimediato una produzione proveniente dalla remota e provinciale Opéra National de Bordeaux e l’ha eseguita secondo l’edizione critica a cura di Paolo Fabbri. Tutto bene, se non fosse che la messa in scena di Marie-Louise Bischofberger (regia) sia risultata di una povertà e modestia tali da denunciare in tutto e per tutto la sua provenienza e l’esecuzione abbia vanificato il riferimento all’edizione critica, presentando tagli e tagliuzzi alla partitura, che oggi, francamente, dopo decenni di belcanto renaissance e di consapevolezza filologica, non sono più accettabili e declassano l’operazione a iniziativa di retroguardia. A quest’ultima censura, non può evidentemente sottrarsi Ion Marin (maestro concertatore e direttore d’orchestra), che ha offerto una  direzione tutto sommato onesta – talvolta un po’ affrettata, talvolta un po’ slentata – ma non sufficientemente tesa a dare coerenza narrativa all’azione drammatica. In taluni punti, poi, egli ha sopraffatto il canto degli interpreti con sonorità esagerate, seppur, in sé, d’impasto assai bello. Ottimo, come di consueto, il coro del Teatro alla Scala. Il cast, purtroppo, si è retto sulla sola metà degli interpreti principali. Per il rispetto che si deve a degli illustri cantanti dalle ben meritate carriere, ci asteniamo dal riferire nel dettaglio delle condizioni vocali imbarazzanti sia di Sonia Ganassi (Giovanna Seymour), sia di Carlo Colombara (Enrico VIII), in palese difficoltà per tutta la rappresentazione. Per contro, una felice sorpresa è risultata Hibla Gerzmava nei panni di Anna Bolena. Il soprano russo è dotato di una voce dal bel timbro di lirico pieno con ottima proiezione sull’acuto. In alto, come tipico delle voci slave, denuncia un po’ di vibrato stretto, tuttavia sapientemente tenuto sotto controllo. A posto nelle agilità, la Gerzmava ha delineato una Bolena dal forte temperamento e tenuta drammatica. Buona in tutta la recita, forse, complice la stanchezza, è arrivata all’appuntamento con “al dolce guidami castel natio” con i fiati un poco corti. Si è tuttavia pienamente riscattata con un’esecuzione incisiva della cabaletta “coppia iniqua”. Ci è piaciuto molto anche il Riccardo Percy di Piero Pretti. Questo tenore, dallo stile più verdiano che donizettiano, è risultato molto solido, sfoggiando un buon legato e un registro acuto di tutto rispetto in una parte, che va pur detto, risulta assolutamente proibitiva. Ma anche l’interprete si è fatto valere, con una partecipazione accorata e nobile. Bravo pure lo Smeton di Martina Belli e funzionale il Lord Rochefort di Mattia Denti. Da tenere d’occhio, infine, perché in bella evidenza nel ruolo di Hervey, il più che promettente Giovanni Sebastiano Sala, tenore dell’Accademia di Perfezionamento  per Cantanti Lirici del Teatro alla Scala.

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