Recensione der Freischütz Teatro alla Scala

Recensione der Freischütz Teatro alla Scala

Il franco direttore

di Stefano Furger

Milano, 23 ottobre 2017. A ben diciannove anni dall’ultima messa in scena, ecco che è ritornato al Teatro alla Scala der Freischütz (il franco cacciatore), opera capolavoro di Carl Maria von Weber e manifesto emblematico dell’opera romantica tedesca. Si diceva dell’edizione scaligera del 1998, che all’epoca non ci aveva lasciato, per così dire, tanto entusiasti né per quanto riguardava la parte scenica, né per ciò che concerneva la parte musicale. Un po’ meglio è andata questa volta con un allestimento in sé regolare, quasi didascalico (non mancava la comparsata del cinghiale nella scena II del secondo atto, quella famosa della Gola del Lupo, per intenderci), ma un poco impersonale di Matthias Hartmann (regia), che si è limitato a dare una connotazione genericamente fiabesca, ambientando tutta l’azione in un bosco assai cupo (scene tutto sommato riuscite di Raimund Orfeo Voigt), in cui, per contrasto, gli edifici, stilizzati, erano realizzati con abbacinanti neon sagomati. Buona cosa che i cantanti, nei momenti musicali topici, erano quasi sempre sistemati dalla regia a proscenio, pertanto sempre udibili. Interlocutori, invece, i costumi vagamente folcloristici di Susanne Bisovsky e Josef Gerger, in quanto alcuni di cattivo gusto e talaltri a tal punto parossistici da risultare caricaturali (lo smisurato fiocco sulla testa di Ännchen). Strepitosa, per contro, la concertazione e la direzione d’orchestra di Myung-Whun Chung, ragione principale per la quale valeva la pena la trasferta in teatro. Sin già dall’ouverture, staccata con tempi felici e piena di colori che ben hanno reso l’atmosfera notturna, vibratile e misteriosa che innerva la partitura, si è capito della cura estrema con cui egli ha affrontato questa direzione. Ma Chung è stato anche fantasioso, energico (si veda la scena della Gola del Lupo) e ha reso in modo eccellente la trasparenza e le delicatezze della trama strumentale nelle scene in cui compare Agathe. In tutto questo, egli è stato assecondato da un’orchestra del Teatro alla Scala in grande spolvero e da un magnifico coro, istruito da Bruno Casoni. Non altrettanto si può dire della compagnia di canto, in cui ha prevalso il settore femminile su quello maschile. Julia Kleiter, dalla vocalità leggera, ha comunque tratteggiato una buona Agathe, soave e pudica, caratterizzata da un bel timbro vocale e da un buon legato nella conduzione delle sue arie. Rimarchevole la preghiera del secondo atto. Brava anche Eva Liebau (Ännchen), soprano-soubrette, che ha sfoggiato un canto nitido, brioso e preciso nelle colorature. Michael König, dagli acuti aperti – e quindi completamente privi di squillo – e, più in generale, dalla voce stimbrata e fibrosa, è stato un Max appena appena accettabile grazie all’impegno interpretativo. Le attese per il Kaspar di Günter Groissböck erano elevate, ma purtroppo sono andate in parte deluse. Questo valente basso, che in altre occasioni ci aveva favorevolmente impressionato, è sembrato vocalmente fuori forma, specialmente nel settore acuto, assai sfocato. Egli ha saputo tuttavia disegnare in modo convincente la malvagità e la protervia, che caratterizzano il personaggio, attraverso un canto insinuante e variegato. Ottima la presenza scenica. A posto il Kuno di Frank van Hove, il Kilian di Till von Horlowsky e l’Ottokar di Michael Kraus. Sufficientemente ieratico, infine, l’eremita di Stephen Milling. A fine spettacolo, successo per tutti con qualche dissenso isolato per König e ovazioni per Chung da parte del pubblico superstite, che già dopo la pausa del secondo atto si era notevolmente sfoltito, malgrado la breve durata della rappresentazione. Mala tempora currunt.

The following two tabs change content below.
Siamo un team siamo un gruppo di persone che ama profondamente la musica classica in particolare l' opera lirica, viviamo per essa e soffriamo nel vedere come essa viene quotidianamente martoriata ed uccisa.Vogliamo cambiare le cose, vogliamo dire la nostra opinione, vogliamo dire la verita' per una buona volta, vogliamo preservare un patrimonio artistico destinato alla estinzione.La lirica puo' sopravvivere solo se voi appassionati e non imparerete a conoscerla ed ad amarla.Oggi purtroppo chi gestisce il mondo della lirica non ha piu' le competenze necessarie per farlo, oggi la lirica e' gestita da incompetenti e persone senza scrupolo, capaci di tutto.