Recensione Don Carlo Teatro alla Scala

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L’Infante fuori tempo

di Stefano Furger

Milano, 22 gennaio 2017. Seconda opera in cartellone, il Don Carlo di Giuseppe Verdi. La Scala ha fatto bene a proporre al posto della versione italiana in quattro quella in cinque atti, assente dal teatro milanese ormai da quasi quarant’anni (a quando l’esecuzione dell’edizione francese?). La versione adottata, più precisamente, è stata quella di Modena del dicembre 1886 con tuttavia due innesti sostitutivi provenienti dall’edizione parigina, espunti però da Verdi, per motivi contingenti, poco prima dell’andata in scena all’Opéra il 12 marzo 1867. Vale a dire: all’inizio dell’opera, la breve fanfara dei cacciatori è stata rimpiazzata da una scena più articolata con il coro dei boscaioli e il successivo intervento di Elisabetta (207 battute). In seguito, il bellissimo e umbratile preludio del terzo atto è stato sostituito dalla scena dello scambio dei mantelli e dei veli fra Elisabetta ed Eboli (316 battute), più pertinente dal profilo drammaturgico, in quanto spiega perché Carlo possa cadere in errore nel consecutivo duetto, confondendo l’una con l’altra. Per dovere di cronaca, occorre riferire che l’esecuzione della seconda recita, alla quale abbiamo assistito, è stata funestata da vistose e ripetute imprecisioni ritmiche, inconsuete per un teatro come la Scala: fuori tempo sono andati Tebaldo, nel primo atto al momento dell’incontro con Carlo, ed Eboli, poco prima dell’inizio del terzetto del terzo atto. La Stoyanova, dal canto suo, ha attaccato con un certo anticipo l’aria del quinto atto. Ciò che tuttavia ci è parso più grave è stato il vistoso sfasamento ritmico con l’orchestra, in cui sono incappati sia Furlanetto nella sua grande aria (Dormirò sol) del quarto atto, sia Piazzola in per me è giunto il dì supremo, pregiudicando così, in una certa qual misura, i momenti topici dei loro ruoli. Difficile dire se la colpa di questi scompensi fosse da attribuire ai cantanti stessi, forse un po’ nervosi, o ai riporti fuori scena, non o parzialmente udibili, oppure ai maestri collaboratori dietro alle quinte, non completamente visibili. Vista la loro copiosità, non può andare esente da censure il responsabile ultimo dello spettacolo, ossia il direttore d’orchestra. Peccato, perché Myung-Whun Chung ha offerto una lettura dell’opera molto avvincente, staccando tempi relativamente larghi, innervati però da una tensione drammatica sempre palpabile e da un fraseggio molto fluido. Costanti, poi, sono stati la cura per il bel suono e l’eccellente rapporto con il palcoscenico, con sonorità che non hanno mai coperto i cantanti (e Dio sa quanto sia facile eccedere in un’opera quale il Don Carlo!). In definitiva, direzione, la sua, di alta caratura. Pari meriti vanno allora riconosciuti all’orchestra, in gran spolvero, e al coro, accuratamente preparato da Bruno Casoni, come sempre esemplare e di grande impatto. Francesco Meli debuttava nel ruolo di Don Carlo ed è stato subito trionfo. Come è noto, la sua voce vanta un timbro bellissimo con acuti squillanti. L’artista è stato molto espressivo, dedicando massima cura ai dettagli e sfoggiando un vero accento verdiano: fiero, marcato e nobile al tempo stesso. La figura dell’Infante di Spagna, che ne è scaturita, è stata appassionata e trepidante, ben lontana quindi dal modello storico ma perfettamente in linea con quanto esatto da Verdi. Eccellente Elisabetta di Valois è stata Krassimira Stoyanova. Questo soprano, arrivato da poco in Scala (ottima Marescialla, l’anno scorso, nel Ronsenkavalier), ma con già alle spalle una magnifica carriera di lungo corso, soprattutto in area austro-tedesca, si è dimostrato una professionista di alto rango per tecnica ed interpretazione: attraverso una linea vocale ben tornita, con effetti quasi strumentali, un timbro morbido e prezioso in tutta la gamma, la Stoyanova ha raffigurato una regina di Spagna di alta classe, in rilievo specialmente nell’espressione accorata del commiato alla Contessa d’Aremberg del secondo atto ed incisiva e sobriamente patetica nella grande aria del quinto atto. Particolarmente riusciti, stante a quanto detto in precedenza su Meli, i tre duetti con Don Carlo. Ferruccio Furlanetto (Filippo II), per ovvie ragioni, non può più certo vantare il timbro integro di qualche anno fa, tuttavia l’immedesimazione con il ruolo è tale che, come succede ai grandi, il canto, confondendosi nella recitazione e viceversa, assurge a vette di grande fascino. Simone Piazzola (Don Rodrigo, Marchese di Posa) ha voce bella e la sa usare anche bene: purtroppo, nel caso specifico, il suo Posa è parso ancora immaturo e generico, essendo stato reso certamente con correttezza ma con una paletta di colori assai ristretta, che ha ingenerato un certo qual senso di monotonia. Le note dolenti della serata sono giunte sia da Béatrice UriaMonzon (Principessa d’Eboli), sia da Eric Halfvarson (Grande Inquisitore). La Uria Monzon, dalla figura avvenente, ha sfoggiato un canto in costante difficoltà, specialmente nelle scansioni più tese (terzetto del terzo atto e aria del quarto), e talvolta caratterizzato da una pronuncia ostrogota nei recitativi. Nulla in confronto al Grande Inquisitore di Halfvarson. Questo basso, più valente in altro repertorio, è parso qui letteralmente inascoltabile: attraverso un canto rozzo, vociferante e forzato, è riuscito nell’impresa di fare del vecchio frate domenicano una caricatura, pregiudicando così uno dei punti nodali dell’opera: il duetto con Filippo II. Buoni e a posto gli altri interpreti (il frate di Martin Summer, il Tebaldo di Theresa Zisser, il Conte di Lerma di Azer Zada e una voce dal cielo di Céline Mellon), con una menzione speciale per l’emozionante Deputazione fiamminga, costituita da Gustavo Castillo, Rocco Cavalluzzi, Dongho Kim, Viktor Sporyshev, Chen Lingjie e Paolo Ingrasciotta. Lo spettacolo diretto da Peter Stein (regista) s’inquadra nella più nobile e buona tradizione e ha raccontato la vicenda del Don Carlo in modo sobrio e fedele al libretto. Attraverso una recitazione molto curata da parte di tutti i cantanti, ha chiarito con efficacia i complessi rapporti fra i personaggi. Molto riuscito il quadro dell’auto-da-fè per la sapiente gestione delle masse. Si è riscontrata qualche piccola incongruenza, specialmente nel presentare Posa, in visita a Carlo nella scena della prigione, anch’egli agghindato da incarcerato, con soltanto addosso pantaloni e camicia bianca. Riusciti i costumi di Anna Maria Heinreich. Più interlocutorie, invece, le scene (di Ferdiand Wögerbauer) e le luci (di Joachim Barth). Le prime, molto stilizzate, hanno ad esempio tratteggiato, in alcuni casi, architetture poco attendibili, come quelle che definivano gli spazi nel sito ridente alle porte del Chiostro di San Giusto nel secondo atto o nei giardini della regina del terzo atto. Bella, per contro, la scena del carcere e d’impatto quella dell’auto-da-fè. L’uso piatto delle luci ha privato della necessaria atmosfera luoghi come il chiostro di san Giusto. Alla fine dello spettacolo applausi per tutti, in special modo per Meli, Stoyanova, Furlanetto e Chung.

 

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