Recensione Falstaff Teatro alla Scala

xl_avatar (1)

Il Paggio di Casa Verdi

di Stefano Furger

Milano, 2 febbraio 2017. Dopo il recente Don Carlo, ecco che approda al Teatro alla Scala il Falstaff di Giuseppe Verdi, anch’esso proveniente dal Festival di Salisburgo, edizione 2013. Ultima opera, a chiusura di una parabola artistica gloriosa, lunga e quanto mai proficua, è considerata il capolavoro della vecchiaia. Verdi, che aveva uno spiccato gusto per il paradosso, sosteneva tuttavia che il suo vero capolavoro fosse la Casa di riposo per musicisti, edificata a Milano qualche anno dopo la prima del Falstaff alla Scala. Con questo spettacolo, Damiano Michieletto (regista) ha colto genialmente l’occasione per fondere l’uno con l’altra, ambientando il Falstaff nel soggiorno della Casa per anziani artisti Giuseppe Verdi di piazza Buonarroti, in modo tale da restituire, potenziato al quadrato, lo spirito crepuscolare, malinconico, quasi pessimistico, che pur si può ravvisare nel lavoro verdiano, dai risvolti autobiografici. Ne è così venuto fuori uno dei suoi più riusciti, fantasiosi e poetici spettacoli, coadiuvato nell’impresa dai validissimi Paolo Fantin (scenografo), artefice della fedele ricostruzione del salotto di Casa Verdi, Carla Teti (costumista), autrice di fascinosi costumi, adatti perfettamente alle varie situazioni sviluppate dalla narrazione registica, e Alessandro Carletti (luci), maestro nel creare atmosfere di singolare suggestione. L’azione ruota quindi attorno ad un ospite della casa di riposo: un anziano baritono (Ambrogio Maestri), che in passato era stato un celebre Falstaff. Immalinconito dai ricordi dell’epoca in cui calcava le scene, egli si apparta nel soggiorno durante l’ora di pranzo e, dopo aver bevuto qualche bicchiere di troppo, si addormenta sul divano ed incomincia a sognare. Ecco allora che dovunque si materializzano i personaggi della commedia e l’opera inizia. La vicenda si svolge quindi fra sogno e realtà, fra dimensione concreta ed onirica, tuttavia nel pieno rispetto della drammaturgia. Succede ad esempio che, nella seconda scena del primo atto, durante il corteggiamento tra Fenton e Nannetta, una coppia di vecchi artisti flirtano teneramente in disparte, tenendo in mano lo spartito del Falstaff. Chissà, forse anche loro due, una volta, avevano impersonato i giovani amanti della commedia lirica! Molto commovente. Suggestiva è stata invece, nel terzo atto, la messa in scena del funerale di Falstaff che, con tutti i partecipanti alla mascherata vestiti in abiti a lutto primo novecento, assistiti da preti e chierichetti, ha rievocato al tempo stesso, in modo molto impressionante, quello milanese dello stesso Verdi. Efficace, poi, è stato nel secondo atto l’espediente del grande lenzuolo, che ha progressivamente ricoperto tutta la scena per poter sottrarre Sir John alle spasmodiche ricerche di Ford. Gustoso infine, Falstaff, che durante la fuga conclusiva, assopito sul divano, viene creduto ormai morto da quattro ospiti di Casa Verdi (forse le Alice, Nannetta, Quickly e Meg di un tempo?), le sorprende risvegliandosi all’improvviso e le beffa ancora una volta: difatti, con “tutti gabbati!” all’unisono si chiude l’opera. Questo è vero teatro, vivo e pulsante; chi non è in grado di apprezzare, meglio che se ne resti a casa! Tutto ciò, e molto altro ancora, è stato sostenuto dall’intero cast attraverso una grande partecipazione ed una recitazione a dir poco strepitosa. Poco importa, allora, se alcuni di loro (in particolare Maestri, Demuro e Cavalletti) hanno sofferto, chi più, chi meno, nell’emissione del settore acuto. Ambrogio Maestri (Sir John Falstaff) è il Paggio di riferimento dei nostri giorni: e l’ha dimostrato anche questa volta. Il physique du rôle e l’atteggiamento sono indiscutibili. Eppure, attraverso un canto sfumatissimo e misurato, una varietà sorprendente di accenti, sostenuti da una voce dalle qualità intrinseche non comuni, egli ha saputo anche rendere piena giustizia al dettato verdiano e dare verità umana al suo personaggio: indimenticabile! Carmen Giannattasio è stata un’eccellente Alice Ford: voce calda, timbrata al servizio di un’interprete sempre musicalissima, ironica ed intelligente. La recitazione, al pari di tutti gli altri, è risultata assai spigliata. Deliziosa e fresca la Nannetta di Giulia Semenzato, che ci ha sopresi in modo molto positivo. Questa cantante ha eseguito la sua aria del terzo atto con una linea di canto intensa ed elegante. Una vera voce di mezzosoprano, dotata anche di riflessi contraltili, ha potuto vantare la Quickly di Yvonne Naef, che si è misurata senza problemi con i profondissimi “reverenza” della sua parte. Saporito il suo duetto con Falstaff del secondo atto. Buona e di bella presenza la Meg di Annalisa Stroppa. Sul versante maschile del cast, Massimo Cavalletti (Ford) si è distinto per la bellezza del suo organo vocale e la solidità del canto, incisivo e robusto, sostenuto da una dizione naturale e vivace: l’aria del II atto ci è parsa quindi molto comunicativa. Francesco Demuro (Fenton), a disagio nell’alta tessitura della sua aria del terzo atto, si è fatto nondimeno valere nei vari duetti con Nannetta. A posto e dotati di spiccata personalità il Bardolfo di Francesco Castoro e il Pistola di Gabriele Sagona. Menzione a parte merita l’esemplare Dottor Cajus di Carlo Bosi: insostituibile! Detto che l’orchestra della Scala era in piena forma e il coro, istruito da Bruno Casoni, buono e preciso come al solito, non resta che spendere due parole sul direttore d’orchestra. Zubin Mehta conosce il Falstaff come le sue tasche: soltanto in questi ultimi quindici anni l’ha diretto un po’ ovunque (Monaco di Baviera, 2001, Firenze, 2006 e 2014, Salisburgo, 2013…). L’altra sera, la classe non si è sprecata: egli ha dato prova di una lettura dell’opera variegata, lirica ed elegante, adottando di principio tempi distesi, accompagnati nondimeno da una certa qual leggerezza, e distillando timbri e colori sopraffini, che hanno messo in evidenza il raffinato ordito strumentale verdiano. Perfetta, poi, l’intesa con il palcoscenico. Alla fine dello spettacolo, grandi applausi per tutti, fatto salvo per il team registico, che s’è buscato alcuni fischi, isolati peraltro, di qualche intenditore dei valori teatrali.

 

The following two tabs change content below.
Siamo un team siamo un gruppo di persone che ama profondamente la musica classica in particolare l' opera lirica, viviamo per essa e soffriamo nel vedere come essa viene quotidianamente martoriata ed uccisa.Vogliamo cambiare le cose, vogliamo dire la nostra opinione, vogliamo dire la verita' per una buona volta, vogliamo preservare un patrimonio artistico destinato alla estinzione.La lirica puo' sopravvivere solo se voi appassionati e non imparerete a conoscerla ed ad amarla.Oggi purtroppo chi gestisce il mondo della lirica non ha piu' le competenze necessarie per farlo, oggi la lirica e' gestita da incompetenti e persone senza scrupolo, capaci di tutto.

Ultimi post di REDAZIONE RECENSIONEOPERA (vedi tutti)