Recensione Gazza Ladra Teatro alla Scala di Milano

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Recensione La gazza ladra Teatro alla Scala

Gazza ladra ma gentildonna

di Stefano Furger

Milano, 22 aprile 2017. Sopiti i clangori e le furiose contestazioni che hanno animato la prima recita, recensiamo la quarta rappresentazione de’ La gazza ladra di Rossini. Andata in scena duecento anni fa in prima assoluta proprio al Teatro alla Scala, questa pièce au sauvatage, genere teatrale che andava di moda all’epoca, riscosse un successo trionfale, che tuttavia non le fu sufficiente per essere preservata da un duraturo oblio, complice il mutamento di gusto del pubblico. Difatti, l’ultima ripresa dell’opera avvenne nel maggio del 1841, poi non se ne fece più niente sino ad oggi. Interessante e gradita, dunque, l’iniziativa del Teatro di riproporre questa bellissima opera, affidando la responsabilità della messa in scena ad un nome di cartello della regia cinematografica, quale Gabriele Salvatores, e della parte musicale al direttore musicale del Teatro, Riccardo Chailly. Purtroppo, come sovente avviene con i registi cinematografici che si cimentano con l’opera, vuoi per un senso di timore riverenziale verso il teatro, in generale, la Scala, in particolare, vuoi per il linguaggio diverso che rappresenta in genere l’opera lirica rispetto al cinema, il piatto che ne sortisce risulta sempre un po’ insipido e, in ultima analisi, deludente rispetto alle attese. Intendiamoci, lo spettacolo nel suo complesso è risultato curato, ben realizzato e, in sé, anche piacevole. Tuttavia, sembrava quasi che l’azione del regista in parola fosse tesa a non dar fastidio, cercando piuttosto di assecondare il pubblico con una serie d’espedienti innocui di sapore decorativo, piuttosto che tentare di dare un’impronta interpretativa forte e, soprattutto, originale. Ed ecco far capolino per l’ennesima volta l’idea del teatro nel teatro (idea ormai consunta, quanto abusata!), con la realizzazione di una scena fissa un po’ anonima (Gian Maurizio Fercioni, scenografo e costumista) che disponeva, sulla parte destra, palchi e proscenio, sulla sinistra, alcune quinte e, al centro, il fondo di un palcoscenico con ballatoi d’acciaio e grande porta di servizio. Vecchia, pure, l’idea di far doppiare diverse volte i personaggi dell’opera con la presenza di alcune marionette (quelle della pur bravissima Compagnia Carlo Colla & Figli), in altri allestimenti, di alcuni mimi, che in realtà nulla hanno tolto o aggiunto all’azione drammatica. Deus ex machina dell’allestimento – e in questo è consistita l’idea centrale della produzione di Salvatores, ma proprio in quanto tale un po’ debole e fragile per dare un indirizzo interpretativo sufficiente – la Gazza ladra, molto ben impersonata da un’eccellente acrobata (Francesca Alberti), che fungeva talvolta anche da direttore di scena, ordinando l’entrata e l’uscita dei cantanti e il dispiegarsi di scene e fondali, ma che per la presenza assillante, è risultata manierata e calligrafica. Sul versante musicale, le cose sono andate decisamente meglio, con un cast vocale ed attoriale molto omogeneo e di tutto rispetto. Meritato e grande successo per Alex Esposito, eccellente Fernando Villabella da tutti i punti di vista: superlativo. Merito questo, condiviso al pari da Michele Pertusi, ottimo Gottardo (il Podestà), che è riuscito a supplire con l’esperienza e la gran classe, che lo contraddistingue sempre, alcuni momenti passeggeri di stanchezza. Ci è molto piaciuta Rosa Feola (Ninetta), debuttante in Scala, che si è fatta notevolmente apprezzare, per la bella vocalità, sostenuta da una voce di lirico ben timbrata, per l’aggraziata figura e per la spigliatezza della recitazione. Paolo Bordogna (Fabrizio Vinogradito), un poco sacrificato nella sua parte dal profilo attoriale, ha saputo comunque confermare di essere oggi uno dei più grandi cantati rossiniani in circolazione. Un gradino leggermente sotto, ma bravi anche loro, sia Teresa Iervolino (Lucia), sia Serena Malfi (Pippo), che Edgardo Rocha (Giannetto). Buono, infine, Matteo Macchioni nel breve ruolo di Isacco. Encomiabili il coro e l’orchestra del Teatro alla Scala. La direzione di Riccardo Chailly si è fatta notare per i tempi serrati e la solennità dell’incedere, che, in un rapporto non sempre idiomatico con la prima parte dell’opera, più votata alla commedia, ha trovato un bel riscontro nel secondo atto, più drammatico. Successo finale per tutti.

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