Recensione Guillaume Tell Pesaro

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Pesaro, 20 agosto 2013. Il Guillaume Tell è stato l’appuntamento più atteso del Rossini Opera Festival di quest’anno. Il monumentale capolavoro (quattro ore di musica suddivise in altrettanti atti), con cui Rossini, all’epoca massimo musicista vivente, aveva chiuso definitivamente a soli trentasette anni la sua brillante parabola di compositore per il teatro musicale, è stato difatti rappresentato per la prima volta in Italia nella versione originale francese, con pochi e minuti tagli alla partitura e l’inconsueta riapertura dell’aria Jemmynel terzo atto. La nota vicenda riguardante l’eroe urano è stata trasposta dal regista Graham Vick all’inizio del secolo scorso, durante la belle époque,ed impostata come una sorta di Rivoluzione d’Ottobre in chiave elvetica. Questa visione,storicamente inattendibile matuttavia realizzata con gusto e una certa coerenza, era peraltro già avvertibile ancor prima dell’inizio dello spettacolo, giacché sul sipario chiuso campeggiava l’immagine stilizzata di un pugno alzato su campo rosso. Il regista ha così bandito dal palcoscenico qualsiasi decorativismo, raffigurazione oleografica della natura e aspetti folcloristici locali, per favorire lo sviluppo essenziale dell’azione drammatica: la comunità proletaria elvetica oppressa che si scontra con gli oppressori borghesi austriaci. L’arena della battaglia: uno spazio scenico triangolare, asettico, delimitato da due gigantesche pareti bianche, che si saldano ortogonalmente l’una nell’altra. Pochi gli elementi scenici presenti, tutti funzionali allo sviluppo drammaturgico, come una piccola barca da pescatore, un tavolo e, nel secondo atto, una dozzina di cavalli, pendant illustrativo della “cavalleria”, noto tema dell’ultimo movimento dell’ouverture.Buona e curata la recitazione da parte di tutti i cantanti, con una menzione particolare per Simone Alberghini (Melchtal) e per la strepitosa interpretazione di Gessler offerta da Luca Tittoto: questo basso, dalla voce possente, ha reso perfettamente i tratti protervi, arroganti e sarcastici del personaggio, impostati da una regia che l’ha giustamente posto al centro del dramma, unitamente aTell e alle ottime masse del coro del Teatro Comunale di Bologna, che hanno dato voce al popolo svizzero sfruttato e maltrattato. Il terzo atto è assurto cosìad incipit della rappresentazione, grazie anche all’ottima prestazione del corpo di ballo, inspiegabilmente non menzionato in locandina. Il maestro Michele Mariotti ha diretto con correttezza, ottenendo dalla sua orchestra, anch’essa del Comunale di Bologna, tenuta ritmica e un suono compatto ed elegante, malgrado non fosse favorito dall’acustica tutt’altro che perfetta dell’Adriatic Arena. Brillante e trascinante nell’ouverture, leggero nei numerosi numeri di ballo, si è dimostrato duttile nel sostenere i cantanti nelle rispettive arie ma purtroppo carente di tensione nell’apoteosi finale dell’opera.Il cast vocale si è attestato su alti livelli. Nicola Alaimo (Guillaume Tell) ha perfettamente centrato il personaggio con un canto fiero, autorevole e teso nei passi eroici, come il giuramento , il duetto con Arnold e nella sfida con Gessler, e ha trovato i giusti accenti patetici nei i passi più lirici, offrendo un “sois immobile” da manuale. Non hanno inficiato la prova del giovane baritono sporadiche sbiancature timbriche in zona medio-acuta. Molto applaudito Juan Diego Florez (Arnold), la star della serata. La parte gli sta vocalmente leggermente larga, giacché il pur ottimo tenore peruviano non appartiene alla tipologia dei tenori stentorei di derivazione ottocentesca che, sin da Duprez, passando per Tamberlick e Tamagno, si sono impadroniti della parte. Ciò nonostante, egli ha offerto una prestazione formidabile e di gran classe, con fraseggi impeccabili, legati perfetti, dizione scandita e capacità da vero maestro nel sostenere e dominare l’impossibile tessitura della parte di Arnold. Al giorno d’oggi non esiste tenore che gli possa stare al fianco. Di magnifico timbro, rotonda e morbida la voce di Marina Rebeka, che ha interpretato una Mathilde tenera ed appassionata. Valida prova,la sua, malgrado non abbia sfoggiato una paletta di colori molto variegata eabbia avuto qualche problema sugli estremi acuti, leggermente gridati. Vocalmente a posto gli altri cantanti, con un’accorata Veronica Simeoni (Hedwige), una fiera Amanda Forsythe (Jemmy), un granitico Simon Orfila (Walter Furst)ed uno svettante Celso Albelo (Ruodi). Grandi applausi finali per tutti, trionfo per Florez e Mariotti, qualche contestazione all’indirizzo del regista. Questo allestimento è stato coprodotto con il Teatro Regio di Torino.

Di  Stefano Furger

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