Recensione Hänsel und Gretel Teatro alla Scala

Recensione Hänsel und Gretel Teatro alla Scala

Una fiaba per adulti

di Stefano Furger

Milano, 8 settembre 2017. Dopo la pausa estiva, La Scala ha riaperto la stagione corrente proponendo nell’ambito del progetto dell’Accademia del Teatro una nuova produzione di Hänsel und Gretel di Engelbert Humperdinck. Come ormai di consueto, questo progetto prevede che la realizzazione di un’opera venga affidata all’orchestra e ai cantanti dell’Accademia del Teatro, guidati da un direttore d’orchestra e un regista di rango, che s’impegnano a lavorare con loro sull’arco di un anno attraverso appositi workshop. La scorsa stagione, era stata la volta del mozartiano die Zauberflöte, assegnato ad Adam Fischer e a Peter Stein; quest’anno, l’opera di Humperdinck è stata affidata alle cure di Marc Albrecht (direttore già apprezzato alla Scala per l’ottima prova data nel 2012 nella conduzione della die Frau ohne Schatten di Richard Strauss) e di Sven-Eric Bechtolf (attore, regista e, dal 2014, direttore della programmazione artistica del festival di Salisburgo). Hänsel und Gretel, opera dallo straordinario valore musicale in cui echeggiano sapori wagneriani e ante straussiani (si odono risonanze dei futuri die Frau ohne Schatten e der Rosenkavalier), è stata tratta dall’omonima fiaba dei fratelli Grimm, emendata tuttavia dagli aspetti più crudi di quella storia. Quest’opera è in assoluto la più eseguita nei paesi di area tedesca e fa specie che l’ultima produzione alla Scala di questo capolavoro risalga al lontano 1959, per giunta eseguita nella versione ritmica italiana di Gustavo Macchi. È allora benvenuta questa nuova produzione, eseguita per la prima volta nell’originale lingua tedesca. Molto bello lo spettacolo. Il regista ha dato dell’opera una lettura sostanzialmente fedele al libretto, inserendo tuttavia la narrazione in un contesto sociale attinente alla nostra contemporaneità: la fiaba è dunque ambientata in una delle tante, anonime, desolate e povere periferie, dove la fa da padrone il degrado urbano e la sporcizia. Vero luogo di perdizione da cui si vorrebbe evadere, in contrapposizione al bosco, che per contro risulta incantato e rassicurante. La scena, all’inizio, è popolata da un gruppo di clochards, ove ognuno deambula spingendo il proprio carrello da supermarket, riempito dalle più svariate carabattole. Nel secondo quadro, questi personaggi si sostituiscono agli angeli custodi, che vegliano sul sonno dei due bambini smarriti nel bosco. Coadiuvano questa visione le bellissime e variopinte scenografie in cartone di Julian Crouch, sapientemente illuminate da Marco Filibeck, su cui talvolta si proiettano i video spettacolari di Joshua Higgason, che rappresentano al meglio il rapporto dialettico tra povertà e sviluppo, quest’ultimo simbolizzato dallo skyline di una ricca metropoli, che si staglia sul fondo della scena. Elemento ricorrente, che stabilisce un filo conduttore tra una scena e l’altra, è la presenza di una grande scatola di cartone, che assume le più svariate funzioni: luogo ove la strega rinchiude la coppia di fratellini durante il preludio e in cui viene gettata come se fosse il terribile forno alla fine dell’opera, tavolo miseramente imbandito nella casa di Peter ed antro da cui fuoriesce il nano Sabbiolino. Marc Albrecht ha diretto in modo attento, con brio e fantasia la compagine orchestrale dell’Accademia, la quale nulla ha da invidiare alla ben più blasonata orchestra di ruolo del Teatro alla Scala. Il direttore ha saputo rendere l’atmosfera magica dell’opera e ha assecondato, offrendo loro un mirabile supporto, le giovani voci dei cantanti. I quali sono stati istruiti da Eva Mei, con proficui risultati. Difatti, la compagnia di canto è risultata nel suo complesso eccellente: si sono udite voci morbide, ben emesse e musicali. Ci è particolarmente piaciuto l’Hänsel di Anna-Doris Capitelli, che ha tratteggiato il suo personaggio in modo spigliato e con la giusta dose d’ingenuità. Altrettanto a suo agio è stata Francesca Manzo nei panni di Gretel. Ella ha dimostrato di avere una tecnica vocale di tutto rispetto (buoni trillo e registro acuto), con cui ha dispiegato un canto gradevole e comunicativo. La Manzo e la Capitelli, per la freschezza dei timbri che le caratterizzano, hanno formato una coppia di fratellini ben affiatata; ciò anche dal profilo scenico. Buona nella recitazione e non meno nel canto – mai sopra le righe – la Strega interpretata da Mareike Jankowski. Simpatico e cordiale, seppur un poco limitato nel volume vocale, il canto di Gustavo Castillo (Peter), che ha tratteggiato un padre nobile e sufficientemente bonario. A posto Chiara Isotton nel ruolo della madre e brave sia Enkeleda Kamani come nano Sabbiolino, sia Céline Mellon come nano Rugiadoso. Una nota di merito va, infine, ascritta al coro di Voci Bianche, anch’esso dell’Accademia, istruito da Marco de Gaspari. Successo per tutti, suggellato da grandi applausi finali.

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