Recensione Jérusalem Festival Verdi

Recensione Jérusalem Festival Verdi

Grand opéra alla parmigiana

di Stefano Furger

Parma, Teatro Regio, 28 settembre 2017. L’edizione di quest’anno del Festival Verdi è stata inaugurata dalla negletta Jérusalem, opera in quattro atti, andata in scena il 26 novembre 1847 al Théâtre de l’Académie Royale (l’Opéra di Parigi), segnando il debutto del musicista delle Roncole nella capitale francese. Liquidata di consueto come un semplice rifacimento dell’opera I Lombardi alla prima crociata (Milano, Teatro alla Scala, 11 febbraio 1843), in quanto ne accoglierebbe più o meno due terzi della musica, essa può invece essere considerata più propriamente e a tutti gli effetti come un’opera nuova ed autonoma: in primo luogo, per le modifiche apportate alla trama e alla drammaturgia, che ne mutano completamente il carattere, trasformandola da opera a grande affresco storico di tipo risorgimentale in dramma di personaggi; in secondo luogo, per la nuova composizione di quasi tutti i recitativi, del tessuto connettivo tra i vari numeri e di rilevanti pezzi nuovi (uno su tutti, oltre al bel preludio, la magnifica seconda scena del terzo atto, nel cui tempo di mezzo si svolge la potente scena della degradazione e condanna di Gaston, che anticipa di oltre un ventennio la scena del processo dei sacerdoti a Radames nell’Aida); ed infine, per l’adattamento dei numeri originari, con trasposizioni di tonalità, arrangiamenti armonici e variazioni della linea musicale, che ne mutano così la connotazione primigenia. Una nota di merito va alla direzione artistica del Festival, che ha fatto le cose per bene e degne del nome di Verdi, adottando l’edizione integrale in lingua originale francese, con quindi anche il balletto del terzo atto, basata sull’edizione critica a cura di Jürgen Selk. Era ora che si desse pari dignità all’esecuzione di opere verdiane come peraltro si fa abitualmente e da tempo a Pesaro con Rossini e a Bayreuth con Wagner. Lo spettacolo è stato affidato a Hugo de Ana, che ha realizzato regia, scene e costumi. Il risultato ha dato luogo ad una rappresentazione spettacolare, fastosa e molto elegante, come si conviene a un grand opéra, genere al quale Jérusalem appunto appartiene. La concezione di base del regista è stata di tipo tradizionale, con l’azione situata ai tempi della prima crociata (anno 1095) in ambienti semplici e stilizzati (alcune pareti cineree delimitanti lo spazio scenico per il palazzo del Duca di Tolosa del primo atto e, per gli altri tre atti, le stesse pareti trasformate in versanti rocciosi scavati dalla mano dell’uomo, evocanti, proprio per questo, l’antica città nabatea di Petra). In questo contesto, de Ana ha gestito le masse in modo superlativo, creando un continuo susseguirsi di tableaux vivants a forte impatto teatrale, vuoi per la magnificenza dei costumi, vuoi per uno scaltrito impiego delle luci, valorizzati a loro volta dall’uso dinamico di grandiose proiezioni in semi trasparenza su un sipario di tulle, situato a proscenio. Qualche perplessità ha invece destato la coreografia del balletto, che è risultata un po’ monocorde: salvo per i due momenti solistici dell’andante e dello scherzando, essa è stata sempre affidata per tutta la non trascurabile durata del divertissement all’intero corpo di ballo, in sé assai valido. Alla testa di una Filarmonica Arturo Toscanini in buona forma, Daniele Callegari si è distinto per una concertazione e una direzione tesa nelle pagine più urgenti, ma anche varia ed attenta alla ricerca di colori specifici in quelle che dispiegano uno strumentale più raffinato, come ad esempio il brano descrittivo de “le lever du soleil” del primo atto. Esemplare, inoltre, il sostegno dato al palcoscenico con un accompagnamento flessibile dei cantanti. Il cast è risultato nel suo complesso molto buono, fatta riserva per un elemento. Ramon Vargas è stato un più che efficace e credibile Gaston, interpretato con timbro ancora suadente, bel legato e giusti accenti. Va ricordato che questo ruolo, proibitivo, è stato tagliato su misura per il leggendario Gilbert-Louis Duprez. Si può quindi tranquillamente soprassedere sul fatto che il valente tenore messicano abbia rinunciato alla puntatura (scritta) del do nella sua aria “je veux encore entendre” del secondo atto e l’abbia appena sfiorato nel cantabile “ô mes amis, mes frères” del terzo atto, ritenuto che la tenuta vocale complessiva in questa difficile scena è stata ammirevole. Michele Pertusi (Roger) si è coperto di gloria, tratteggiando il suo personaggio con un canto nobile, morbido ed espressivo, come al solito del resto. Ha in particolare impressionato il lavoro di scavo sulla parola, che ha contribuito ad accrescere l’impatto drammatico della figura dell’eremita. Ottimo, inoltre, il dominio della scena. Fa piacere rilevare come questo grande basso, nella fase matura della sua carriera, riesca sempre a tenere un livello artistico e vocale tanto elevato. Annick Massis (Hélène) è stata purtroppo il punto dolente della compagnia di canto. La cantante e l’interprete sono senza dubbio di classe. Abbiamo udito bei fraseggi, soprattutto nei momenti intimistici ed elegiaci della partitura, ottima dizione, naturalmente, trattandosi di una cantante francese, ed un uso abile e suggestivo dei piani dinamici. Il problema, tuttavia, risiede in quello che si potrebbe definire di peso vocale, che si ripercuote anche sulla resa psicologica del personaggio: i panni di Hélène le vanno troppo larghi. Nello specifico, sembrava di vedere il paggio Oscar del Ballo in maschera trasmigrato tra le dune della Palestina. Orbene, se è pur vero che il ruolo di Hélène non esiga l’impiego di un soprano drammatico, è altrettanto vero che occorra almeno un lirico, con quindi centri pieni e una minima consistenza nel settore grave della voce. La signora Massis appartiene, a nostro avviso, alla categoria del soprano lirico leggero, con un medium troppo fragile per questo tipo di repertorio, vuota in basso e acuti, sì timbrati, ma privi della necessaria espansione. Di conseguenza, non si sono udite le ampie arcate vocali di Hélène nei concertati, si sono riscontrate serie difficoltà nella conduzione dei passi più tesi, come ad esempio le cabalette, un certo affanno nei passi d’agilità di forza e una carenza negli slanci drammatici. Il personaggio è stato dunque reso soltanto a metà. Peccato, un errore nella scelta di repertorio. Degli altri è presto detto. Pablo Gàlvez è stato un buon ed incisivo comte di Toulouse, mentre Deyan Vatchkov ha tratteggiato un autorevole Adhémar de Monteil. A posto il resto della compagnia, che menzioniamo ben volentieri: Valentina Boi (Isaure), Paolo Antognetti (Raymond), Massimiliano Catellani (l’émir de Ramla), Matteo Roma (un officier), Francesco Salvadori (un hérauld/un soldat). Elogi, infine, per il coro istruito da Martino Faggiani. Al termine dello spettacolo, grande successo per tutti.

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Redazione Mginvestment

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